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vincenzo andraous

Questo articolo è stato scritto da Piersandro Vanzan (Padre Gesuita redattore di La Civiltà Cattolica, nonché grande amico della Comunità Casa del Giovane di Pavia) e Vincenzo Andraous (detenuto, scrittore, tutor Comunità Casa del Giovane di Pavia).

"Recupero o distruzione? Clemenza come rieducazione? Chi sbaglia paga. Ma la pena deve essere redentiva, e non infliggere la morte civile!"
Da oltre quattro anni, periodicamente vado a Pavia, per i controlli nel reparto del famoso cardiochirurgo prof. Mario Viganò, e durante questi day hospital risiedo presso la Casa del Giovane (CdG): altra gloria di Pavia, fondata oltre 30 anni fa da don Enzo Boschetti. E così, il 14 novembre 2002, ebbi la ventura di seguire in televisione la storica visita del Papa al Parlamento italiano con l’amico Vincenzo Andraous: ergastolano che, dalla mattina alla sera, lavora nel Centro Stampa della CdG e fa da tutor a una squadra di ragazzi che, in quella Comunità, stanno recuperandosi. E ai quali lui, che ha tanto deviato - ma che è riuscito a uscirne "vincitore": perciò i ragazzi lo chiamano "Vince" -, insegna che devono lottare, andare controcorrente, se vogliono riprendere in mano la propria vita. Come ha fatto lui, appunto, che lavora in mezzo a loro per insegnare questo.
Dal messaggio pontificio stralcio qui il toccante appello perché sia usata clemenza verso il popolo detenuto. Ho guardato Vincenzo, che ascoltava in silenzio quelle parole, visibilmente attraversato da una forte emozione, non dovuta però al tradurre "clemenza" in riduzione di pena. Vince infatti lo ha detto tante volte, e lo ha scritto anche nell’ultimo suo libro, composto sera dopo sera, quando rientra in carcere dal lavoro in CdG (Vincenzo Andraous, Un viaggio. Devianza minorile, carcere, comunità, Edizioni CdG, Pavia 2002): chi sbaglia paga, ma la pena dev’essere redentiva, e non infliggerti la morte civile. Per Vince, quindi, le parole del Papa avevano un significato molto particolare, che mi sfuggiva e gli ho chiesto di spiegarmelo.
Vanzan: A cosa hai pensato sentendo Giovanni Paolo II invocare clemenza?
Vince: Ho pensato che il Papa non indulge a comode scorciatoie, ai perdonismi che offrono uscite di emergenza ai soliti furbi. No, ben altra è la clemenza intesa dal Papa, secondo me: perché coniuga verità e giustizia con umanità e redenzione. In breve, quella del Papa non è una clemenza a buon mercato, bensì una grazia a caro prezzo. E questo "caro prezzo" riguarda tutti: istituzioni, operatori penitenziari, volontari e carcerati.
Vanzan: Spiegati meglio.
Vince: Per cominciare, nell’appello del Papa non c’è polemica verso un carcere ormai ridotto a un mero contenitore di numeri, che imprigiona e abbruttisce, negando al detenuto la redenzione. Di rieducazione, infatti, c’è traccia solamente in qualche operatore, peraltro avvilito e in sottonumero. Né, tanto meno, il Papa disattende le vittime del reato: i feriti e gli offesi da quei crimini. Ma il detenuto è tuttavia una "persona", che sconta la giusta pena ma che, se aiutato convenientemente, potrebbe riparare. Rieducare e reinserire non dovrebbero essere soltanto termini astratti o, peggio, che sottolineano l’inadeguatezza del nostro sistema penitenziario rispetto al dettato costituzionale. Perciò, nella clemenza invocata dal Papa io ho sentito come un grido: quello di aiutare i detenuti a recuperarsi, per reinserire nella società uomini nuovi, rinnovati.
Vanzan: Ma come? Salvo lodevoli eccezioni, la maggioranza rimane al palo, con la sola aspettativa di scontare in fretta la propria condanna, e ciò senza alcuna consapevolezza del presente, senza vista prospettica, senza figura del futuro, in una parola: senza speranza. Che fare per cambiare questa situazione?
Vince: Ecco il punto, sotteso all’invocata clemenza del Papa: realizzare un sistema carcerario nuovo. In quello attuale, dov’è vietato persino sentirsi utili, responsabili, avere delle prospettive, al recluso manca persino il senso di questa arbitraria privazione. E anche fuori, l’opinione pubblica ritiene che bloccare un detenuto nell’inazione alienante sia la fatica minore. Ma questo agire è fatale, perché quel detenuto non è in una situazione di attesa, dove il tempo serve a ricostruire e rigenerare bensì, non attendendo alcun domani, egli è fermo a un passato riprodotto a tal punto, che tutto "rincula" a ieri, come se fosse possibile vivere senza futuro, come se delirare fosse identico a sperare. Rieducare ha costi elevati, lo so, comporta fatica e inciampi, ma è la sola via maestra che evita il proliferare della criminalità.
Vanzan: Insomma, nella clemenza invocata dal Papa tu hai colto l’urgenza di offrire ai detenuti una prospettiva, la spinta a collocarli in una qualche prospettiva futura. Ossia, far sì che il tempo della pena favorisca una "storia nuova" in ciascun detenuto, rompendo con gli errori del passato e impostando un nuovo progetto di vita. È questa, secondo te, la clemenza richiesta dal Papa verso i carcerati? Ma non è utopica?
Vince: Sì, perché si tratta di una clemenza ardua, che esige lo sforzo di far loro vedere che la pena ha un termine e che poi ricomincia il viaggio. Ma come lo vuoi ricominciare? Riprendendo a deviare? Ecco l’anima, il nucleo della "rieducazione", la forma pratica e costruttiva del vero "recupero". Del resto, per l’art. 27 della nostra Costituzione è "redentiva" soltanto quella pena che toglie, sì, la libertà, ma per aiutare la persona a riprendersi: proprio fornendole capacità e strumenti per non tornare a delinquere. E quell’applauso scrosciante del Parlamento forse ha sottolineato l’evento tanto atteso: ossia che, finalmente, s’è intravista la prospettiva nuova, richiesta da un simile atto di clemenza. Nessuno sconto al delitto, ma la preghiera a recuperare la dignità anche in chi ha recato l’offesa. Una dignità recuperata attraverso l’offerta di mezzi e strumenti per tentare una riconciliazione con se stessi e con gli altri, mediante la ricomposizione di tante fratture: non ultima quella di un art. 27 della nostra Costituzione, che attualmente rimane un segno incerto, ma può diventare una realtà grande.
Vanzan: Insomma, secondo te, possiamo affermare che il Pontefice abbia tracciato la condotta etico-costituzionale per trasformare la speranza in pazienza del possibile? E che ai presenti in Montecitorio abbia offerto le chiavi di accesso per formulare un patto sociale di responsabilità operativa delle coscienze?
Vince: Senz’altro! Ma ora dobbiamo tenere vive tali provvidenziali indicazioni di Giovanni Paolo II. Perché ogni riforma, anche quella carceraria, richiede non solo il coraggio di pensare in grande e di sperimentare vie nuove, ma anche un impegno costante nel realizzare questa sorta di utopia. Sappiamo bene, infatti, è più facile non guardare a quel che succede nei meandri di un penitenziario e ancora più comodo non accollarsi troppi grattacapi per chi ha sbagliato e paga giustamente il fio. Tranne poi scandalizzarsi quando molti di questi soggetti, una volta ritornati in libertà, tornano a commettere gli identici reati, creando nuova insicurezza. E allora si auspica inasprimento delle pene, carcere duro e quant’altro, con l’unico risultato di nascondere la verità: quella che fa male, perché indica la nostra corresponsabilità. Almeno quella di un silenzio connivente, di fronte ai guasti dell’attuale sistema penitenziario, che moltiplica vittime e carnefici.
Vanzan: Concretamente, proprio sviluppando le indicazioni del Papa, cosa vedi sia urgente fare, per non lasciar cadere quelle provvidenziali suggestioni?
Vince: Fondamentalmente, si tratta di "coscientizzare" un po’ tutti sulle anomalie presenti nel carcere e supinamente accettate dai più. Domandiamoci: per quale misterioso imperativo categorico la prigione deve rimanere uno spazio isolato, disgregato e annichilente a tal punto che nessuno deve interessarsene? Perché chi entra in una prigione deve uscirne svuotato di sé e privato d’ogni speranza? Come trasformare il presente carcerario, ricercando un dialogo possibile, che edifichi un minimo di approdi sicuri? Insomma, se vogliamo che la criminalità diminuisca, bisogna riflettere tutti insieme sul che fare per ridurre l’attuale scompenso tra punizione e ricupero, attuando una collaborazione partecipata e attiva. Memori che il delitto è anche una malattia sociale e, come tale, necessita più di un risanamento che di un’accentuata punizione.

Ringrazio Giovanni Paolo II per averci costretti a ritornare su questi temi, che pigrizia o malafede vorrebbe accantonare.

vincenzo andraous

L’URLO ORA S’E’ DISPERSO
A 14 anni non si pensa al carcere, ti ci trovi "dentro" improvvisamente e ne sei respirato e concluso. Sì, ti ci trovi dentro ed é davvero troppo tardi. L'età più bella improvvisamente devastata nell'incontro affascinante e frontale con il mito della trasgressione.
Io me lo ricordo bene, ero impegnatissimo a fare vedere alle Autorià di essere un duro, e quando mi stavano portando nel "mio" primo carcere dei minorenni ho pensato " ecco sto per iniziare finalmente''.
E' tutto accaduto in una vita precedente? No, é stato ieri.
Quando vago con la mente tra questi fotogrammi impolverati e ingialliti dal tempo, rivedo la mia immagine scomposta e inquieta, mentre i pensieri mi cadono addosso e raccoglierne i cocci è un'ardua impresa.
Gli anni sono trascorsi, uno dopo l'altro, passo dopo passo, uno scarpone chiodato dopo l'altro, fino a giungere a 'quell'urlo" che ha squarciato la notte.
Qull'urlo che ho tenuto compresso in me, sorvegliato a vista dalla mia incredulità, contenuto nei miei tormenti, divenuto un dono prezioso da custodire.
Svegliarmi nel buio, nel mezzo di una tempesta silenziosa, e due occhi bellissimi scrutarmi, scuotermi. Due occhi lucidi e profondi come l'anima che traspare al di là della coscienza, della ragione che indaga e accusa. Con le mani fredde ed il cuore in gola, il respiro che non esce, il dolore nei polmoni salire alla gola e fare fatica a respirare.
Affannosa ricerca di boccate d'aria mute, imprigionate, incatenate in attimi intensi di vuoto e di pieno, di vita sospesa.
Due occhi come lune inchiodate, un volto che non conosco, ma che sento tutt’intorno.
Due occhi che piangono, rimangono aperti e si distendono verso di me.
Nel silenzio di pietra della cella, I'urlo fuoriesce e taglia di netto il sentiero praticato a occhi bendati, sgretola le abitudini consolidate, i sussurri che impongono i piedistalli e le parole a paravento che non stanno scritte da nessuna parte.
L'urlo esce, assorda, mi discosta e cancella la mia cella, le altre celle, i muri e gli steccati.
L'urlo si espande, rimbalza, si piega, prosegue e non smette la sua corsa, neppure quando sono caduto in ginocchio, spossato, svuotato di me stesso.
Quegli occhi sono sempre lì, velati di pianto, addolciti da un sorriso leggero, come a voler ridurre la distanza siderale che mi separa da questo reale intorno.
Occhi grandi, lucenti, lacrime che parlano di una tristezza felice, di una gioia che non conosco e invece vorrei avvicinare, occhi che rimangono a osservare la mia sorpresa, la mia fragilità.
Occhi bellissimi vestiti di speranza, sguardi che consentono di ricostruire e ritrovare l'uomo, sebbene nella fallibilità umana.
Quella notte sono rimasto in ginocchio tanto tempo, in una sorta di terra di nessuno, sbattendo il viso contro una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche, costretto fors’anche dalla mia ostinazione a vivere del mio, in una tragedia che non ha fine, con un passato che assomiglia ad una sera senza luce dove non si può leggere, solo ricordare.
L'urlo ora s'é disperso, quegli occhi tanto amati sono svaniti.
I giorni, e gli anni si inseguono testardi, mi adagio sul futuro che per me é già oggi, in un presente contenuto nel passato, poiché ogni volta che si progetta qualcosa si modifica e si rilegge il proprio passato con occhi e sguardi nuovi.

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