Riporto pari-pari un interessantissimo pensiero, molto equilibrato ed intelligente, di un magistrato sul caso di Clementina Forleo. Lo riporto integralmente perchè è il miglior e più qualificato commento all'argomento in questione. (e inoltre lo quoto totalmente)
L'articolo è preso dal blog seguente:
http://toghe.blogspot.com
(ringrazio e mi complimento con i curatori di questo blog per l'ottima qualità del loro lavoro ed invito gli amici a visitarlo).
di Stefano Sernia
(Giudice del Tribunale di Lecce)
Nel
corso del dibattito nato sulla mailing list del Movimento per la
Giustizia,alcuni colleghi hanno osservato che De Magistris e la Forleo
sarebbero censurabili, in quanto avrebbero dovuto denunziare nelle sedi
opportune, e non già in televisione, le pressioni subite; si tratta di
considerazioni che, per la loro logicità e correttezza formale, mi
hanno indotto a credere di aver compiuto, in miei precedenti scritti
sul caso (vedi “L’equazione Forleo”), delle valutazioni sbagliate; dopo di che, però, ho provato a svolgere nel concreto i principi, enunziati dai colleghi.
Dunque,
la collega Forleo riceve delle pressioni; stante la rilevanza penale
e/o disciplinare, in ossequio ai summenzionati corretti principi, le
denunzia nelle sedi competenti; sentiti i testi di riferimento (altri
colleghi) e gli "indagati" (anche questi altri colleghi),
tutti di maggior anzianità e prestigio di carriera della collega
Forleo, quest'ultima viene da tutti clamorosamente smentita, come
peraltro sarebbe stato assolutamente prevedibile: ed invero, i primi (i
"testi di riferimento") avrebbero dovuto essi stessi forse denunziare ciò che i loro amici "indagati"
avevano per loro interposta persona operato e/o confidato; o comunque
sono verosimilmente a quelli legati da antiche consuetudini di vita,
carriera, colleganza, militanza associativa o altro (non saprei ma
tanto la collega può essersi immaginata; io al suo posto lo avrei
probabilmente fatto).
Per cui alla fine tutto si riduce al
contrasto tra la parola della Forleo e dei più anziani e titolati
colleghi; risultato: denunzia per calunnia, procedimento disciplinare,
procedimento per trasferimento per incompatibilità ambientale.
Cioè
appunto, più o meno, quello che sta accadendo oggi, dopo che – con
forme ed in occasioni magari censurabili (ma ripeto, non ho seguito nei
particolari il caso, non ho visto la trasmissione di Santoro, e mi sono
limitato ad esprimere delle preoccupazioni di massima) la collega, in
sedi diverse da quelle istituzionali, ha riferito le "pressioni" in oggetto.
Il che, per me, è il cuore del problema; e provo a spiegarmi meglio.
Quando leggo sulla stampa che il Vicepresidente della competente commissione ritiene che la Forleo abbia perso di "credibilità ambientale"
perchè la sua versione non ha trovato riscontri, comprendo appunto che
il problema non è se quanto da lei riferito abbia credibilità oggettiva
o meno, e se la collega sia o meno una persona seria ed affidabile, e
che interesse possa avere ad inventarsi certe circostanze tirando in
ballo altre persone che l'avrebbero smentita (valutazioni che in genere
compiamo quando valutiamo i testi); ma solo se altre persone autorevoli
l'abbiano confermata o, invece, come è accaduto, l'abbiano smentita; è
vero che alcune di queste persone sono state indicate proprio da lei;
ma non si affronta proprio il problema di un eventuale interesse di
queste ultime a negare, ridimensionare, celare.
Tutto alla fine si risolve nel "peso"
di chi è chiamato a rendere le dichiarazioni; per cui, nel contrasto
tra gli uni e gli altri, a perdere di credibilità e di compatibilità
ambientale è il "più leggero", anche se magari ha ragione e,
secondo gli usuali canoni di valutazione del teste, non se ne potrebbe
affermare l'inattendibilità.
Duplice morale della favola:
1) non "denunziare"
mai un collega più importante di te per anzianità; per carriera, per
legami associativi: e magari, anche tu, non essere sprovveduto e
premurati di avere qualche copertura in ambito associativo, durante
tutta la tua carriera; e mi raccomando non ti ridurre all'ultimo
momento anche perchè è poco elegante;
2) se proprio devi farlo, e comunque in genere in via cautelativa, ogni volta che parli con un collega "più pesante" di te, abbi un registratore acceso in tasca o fallo in presenza di un collega ancora più "pesante" e sicuramente tuo amico fedele.
E' questo che, secondo me, proprio non va.
Io
vorrei che il C.S.M., quando deve valutare un collega, applichi almeno
le stesse regole e cautele che noi assicuriamo ai nostri testi ed ai
nostri imputati; e che l'A.N.M. lo pretenda; e ciò a maggior ragione
quando il collega è senz'altro oggetto di un attacco politico.
Perchè,
fondamento politico e non giuridico appaiono avere le censure ai
provvedimenti con cui tirava in ballo D'Alema e quant'altri, e che sono
all'origine (o sbaglio?) di tutta questa vicenda: e sul punto rispondo
alle perplessità di altri colleghi.
Non è vero che il Giudice
non possa in un suo provvedimento ipotizzare responsabilità a carico di
soggetti non indagati: se ciò è necessario alla ricostruzione dei fatti
che egli pone a sostegno della propria decisione, può e deve senz'altro
farlo (e lo si evince già dall'art. 331 c.p.p., che tutti
quotidianamente applichiamo allorché denunziamo un reato di cui
d'ufficio rileviamo tracce e sospettati nel corso di un nostro
procedimento: spesso lo si fa con la sentenza di condanna nei confronti
di altre persone, e nella motivazione se ne spiega il perchè!), perchè
solo così può assolvere all'obbligo costituzionale di motivazione dei
suoi provvedimenti; ritenere il contrario, non solo credo violerebbe il
precetto costituzionale sull'obbligo di motivazione, ma addirittura
paralizzerebbe il legittimo potere decisionale del Giudice (nei
confronti di chi già è indagato), in tutti i casi alla prova della
responsabilità di Caio, imputato, si possa pervenire solo grazie alla
spiegazione di come abbia concorso con Tizio, non imputato, a seconda
delle scelte (magari legittime: non sempre la notizia di reato è
evidente, e spesso è opinabile: ma l'opinabilità mi pare sia sottratta
alla sfera degli illeciti disciplinari) compiute, nei confronti di
altri soggetti, dal P.M. nell'operare le iscrizioni nel registro degli
indagati.
Non sono il difensore di ufficio della Forleo, ma c'è
una censura che ha maggior fondamento di quelle sinora esaminate, e che
vorrei affrontare: quella di avere in sedi improprie e mediatiche
enfatizzato – creando senz'altro allarme nella pubblica opinione –
pressioni che poi lei stessa avrebbe ridimensionato nelle sedi
istituzionali.
Bene, è difficile confutare questa accusa, se non considerando come possano aver agito in sinergia due fattori:
1)
la difficoltà del momento, stante la patente solitudine in cui la
collega era stata lasciata (non ricordo prese di posizione dell'A.N.M.
in suo favore di fronte all'attacco politico sulla motivazione dei suoi
provvedimenti);
2) la conseguente acuita delicatezza di gestione
del momento dell'esposizione mediatica, essendo noto come sia difficile
mantenere equilibrio, misura, neutralità di fronte ad una telecamera,
rivolgendosi ad un'opinione pubblica non tecnica, impermeabile a
comunicazioni senza connotazioni emotive.
L'errore della
collega, secondo me, è stato solo questo, e solo su questo secondo me
occorrerebbe giudicarla; sulla sua rilevanza disciplinare o meno, sulla
sua idoneità o meno a tradursi in una perdita di credibilità nella sede
di provenienza, vorrei ci si pronunziasse tenendo ben presente,
comunque, come la sottoposizione, in solitudine e senza il sostegno di
nessun collega, ad attacchi politici e mediatici non aiuta, e può
facilmente portare anche ad ingigantire, in buona fede, il significato
dei fatti, o a percepirli erroneamente, ed a comunicarli peggio.
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